Dello Spirito Libero

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L’apostola della Bowery. Sulla nuova biografia di Dorothy Day scritta da Giulia Galeotti. di Marcello Tarì

Un’affamata di realtà

 Si sente spesso ripetere che «non c’è pace senza giustizia» e la frase trova in genere un certo consenso. Tuttavia, più che un’affermazione senza ombre, quella espressione suona come una severa interrogazione rivolta al mondo e alla storia, poiché di solito è urlata a fronte di un vuoto di giustizia e quindi in assenza di pace. Ma se una pace senza giustizia è solo la momentanea sospensione dello scontro, si può dire allora che un atto di giustizia dia automaticamente la pace? Nulla è meno sicuro. Piuttosto che dare una priorità logica o addirittura ontologica all’una o all’altra, bisognerebbe forse guardare a come realtà della pace e verità della giustizia possono avanzare una verso l’altra, stringendosi in un abbraccio fino a coincidere in uno «stato del mondo». È la libertà a stare prima, in mezzo e dopo, permettendo di legare la pace alla giustizia. La questione che pone quell’espressione non è allora quella, spesso posta ironicamente, che chiede di quale pace e di che giustizia si parli, bensì il come riuscire a vederle quando emergono concretamente nella storia in quanto eventi che, per quanto piccoli possano apparire, hanno però la forza di contraddire la logica del mondo nella sua totalità. Se così non fosse, se non ci fossero questi frammenti di realtà, quella frase sarebbe solamente l’indicazione di un’utopia intesa nel suo senso più debole e cioè di qualcosa che non ha alcuna esistenza ma forse, chissà, un giorno ci sarà. Invece è dopo il confronto con una verità concreta che quella domanda può ricevere una risposta. Si tratta di realtà che non sempre corrispondono a ciò che ci si immagina nell’utopia e, tuttavia, sono delle verità che contraddicono l’ordine voluto dai potenti. Dorothy Day (New York, 1897-1980) è stata un’affamata di realtà e l’ha trovata dentro la sperimentazione di una verità incarnata negli ultimi, in quelli che vivono ai margini della metropoli, e in questo modo ha risposto in prima persona a quella tragica interrogazione. Scriveva nel suo diario, decenni dopo l’inizio della sua grande avventura: «Una cosa è sognare le utopie, un’altra è cercare di realizzarle».

La libertà, veramente

Il 24 settembre del 2015 per la prima volta un papa ha parlato al Congresso americano e Francesco si servì di quattro nomi propri per costruire un discorso che aveva come oggetto la libertà, o meglio la sua realizzazione in quel potente lembo di mondo: i primi due nomi, Abramo Lincoln e Martin Luther King, ne richiamavano due aspetti fondamentali, libertà della nazione il primo e libertà per gli esclusi nella nazione il secondo, mentre gli altri due, Dorothy Day e Thomas Merton, scelti come campioni del cattolicesimo americano contemporaneo, indicavano il come la libertà possa concretamente manifestarsi, approfondirsi, dilatarsi, ovvero realizzarsi e cioè nella lotta per la giustizia sociale e per la pace tra i popoli. Una libertà che lotta e illumina la storia facendosi cammino della sua redenzione.

Questa rubrica porta come sottotitolo le parole «contemplazione e combattimento» e i nomi di Day e Merton, scelti in quell’occasione dal pontefice, sono tra quelli che possono incarnarle al meglio in questa nostra epoca. Se Merton gode da decenni di una fama mondiale, Day ha cominciato ad essere meglio conosciuta solo dopo quel discorso di Francesco. La pubblicazione di una bella e corposa nuova biografia dal titolo «Siamo una rivoluzione». Vita di Dorothy Day (Jaca Book) scritta da Giulia Galeotti, storica e responsabile delle pagine culturali dell’Osservatore Romano, ci regala così l’occasione di conoscere più approfonditamente la figura di questa donna americana che si avvia a essere canonizzata. Lo scorso 8 dicembre, nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione che quasi novant’anni prima fu fondante nella vita di Day, l’arcivescovo di New York T. M. Dolan ha infatti ufficializzato il termine delle indagini preparatorie alla causa di santificazione. Se è stato papa Francesco a renderla nota ai più nel mondo, bisogna ricordare che fu Benedetto XVI, il quale la ricordò anche in una delle sue ultime udienze generali, ad avviare qualche anno prima il processo per la beatificazione di questa donna che già Giovanni Paolo II aveva proclamato Serva di Dio, ed è pure significativo che lo scorso dicembre sia toccato ad un prelato politicamente conservatore celebrare la vita di una rivoluzionaria per innalzarla ai vertici della vita della chiesa. In realtà un personaggio come Dorothy Day sfugge necessariamente alla consueta partizione conservatori/progressisti, in ogni caso non fu sicuramente tra coloro che negli USA vengono chiamati liberal. Così opera lo Spirito, spingendo a superare quelle che sono le logiche del mondo e spesso rovesciandole. È d’altronde annunciando un ribaltamento di tutti i valori mondani che con il Magnificat inizia il vangelo e Dorothy Day improntò la sua vita di cristiana e di rivoluzionaria a quella prospettiva, abbracciando nella carne gli umili e lottando instancabilmente contro i potenti, facendosi parte di quel braccio di Dio che con misericordia e giustizia innalza i primi e rovescia i secondi.

Il libro di Galeotti racconta di una donna che ha partecipato intensamente all’intero arco della storia del Novecento. Dorothy Day è stata una giornalista radicale insieme a personaggi come John Reed, una ragazza madre negli anni ‘20, una sindacalista a fianco dei lavoratori più sfruttati, una scrittrice di saggi di successo, una riformatrice della chiesa che è a New York, un’amica dei più miserabili tra i miseri, una carcerata per la causa del pacifismo e dei lavoratori, una realizzatrice di utopie, una serva del Dio vivente

Realtà e realizzazione non sono sinonimi né di materialismo né di idealismo. L’astrazione ideale e la realtà esistenziale, è risaputo, non coincidano quasi mai e Day nel suo diario rifletteva sul fatto che mentre il borghese lotta per la libertà e la democrazia solo in quanto astrazioni, perché possiede le cose materiali e ha paura di perderle, il povero invece combatte per il pane, per il salario, per il riposo, per il calore, per un suo posto nel mondo e per un libero uso di questo, cioè lotta per qualcosa di reale proprio perché ha poco o nulla di materiale da difendere e in questo non-possedere sta la sua libertà che è esistenziale, spirituale e anche politica. Spesso infatti Day amava citare una frase attribuita a Sant’Ilario: «Rendi a Cesare quello che è di Cesare, ma meno hai di Cesare e meno hai da dargli». È questo uno dei segreti della drammatica potenza della povertà.

Lavorando per il suo movimento, il Catholic Worker fondato nel 1933, Day difatti, mentre accettava donazioni dai singoli, rifiutò sempre di ricevere contributi finanziari dallo stato, dalle grandi fondazioni e da qualsiasi istituzione, compresa la chiesa, non tanto per una scontata polemica anti-istituzionale ma, in modo simile e allo stesso tempo diverso da Ivan Illich, perché considerava il pericolo spirituale contenuto nell’istituzionalizzazione della carità in quanto è un processo che tende ad annullare la responsabilità personale verso i fratelli, a mettere tra parentesi la libertà propria alla stessa carità, infine facendone un’altra astrazione: se la carità è amore, solamente la relazione concreta tra persone può compierla ed è la libera circolazione di quell’amore a costituire la vera pace di cui parla il vangelo, quella che solo il Cristo può dare. Il suo movimento fatto di case dell’ospitalità, di un giornale, di mense popolari, di picchetti, di comuni agricole e di proteste contro ogni oppressione, non è mai diventato quindi un ente benefico a cui poter fare donazioni esentasse e non si è mai considerato come un’organizzazione bensì come un «organismo». In ciò sta la sua libertà, la quale ha fatto del Catholic Worker non solo un importante punto di riferimento per gli scartati della società, ma il fenomeno più significativo del cattolicesimo americano del XX secolo.

Libertà, giustizia e pace si costituiscono realisticamente come i tre anelli di un solo concatenamento: togli uno e anche il significato degli altri svanisce o, se va proprio male, ciascuno di essi può trasformarsi nel suo contrario. Ancora nel suo diario Day ebbe infatti a scrivere che «come americani abbiamo fallito nel portare avanti i nostri principi». A noi non resta che confessare che gli americani non sono rimasti da soli nel fallimento.

Dalla militanza all’apostolato

Sia Thomas Merton che Dorothy Day, prima della loro conversione, fecero parte della sinistra radicale americana nei primi decenni dello scorso secolo. La loro gioventù si svolse tra wobblies, comunisti, suffragette, anarchici ed artisti bohemiens, ma la loro passione per gli oppressi e per la giustizia non scemò affatto una volta che risposero alla chiamata e scelsero il vangelo. D’altra parte: cosa vi è di più radicale della apocalittica promessa di «cieli nuovi e terre nuove»? La chiesa cattolica attrasse Day innanzitutto perché, nonostante ciò che di criticabile poteva trovarci e non era poco, riconosceva essere la chiesa dei poveri. Scrive Galeotti: «Convertendosi Day non abbandona le sue convinzioni politiche, ma giunge alla conclusione che il vangelo parli di comunione e di solidarietà in un senso molto più ampio. È dal mondo radicale che Day ha imparato a guardare ai lavoratori come ai campioni nobili della storia, ma è da cattolica che decide di dedicare loro la sua vita».

Merton nei suoi libri tornò più volte sul significato del comunismo evangelico ed è lui ad aver scritto in Semi di contemplazione (1949) che «un uomo non può essere un perfetto cristiano cioè un santo – se non è anche un comunista», un’affermazione che parrebbe stare in consapevole ed esplicito contrappunto a quella di Pio XI nell’enciclica del 1931 Qaudragesimo Anno e cioè « nessuno può essere buon cattolico ad un tempo e vero socialista», ma se si approfondisse cosa l’uno e l’altro intendessero per comunismo ci si renderebbe conto che ne parlavano da prospettive molto diverse che forse non si escludevano del tutto.

Dorothy Day politicamente rimase per il resto della sua vita una radicale, un’anarchica, ma, dall’essere una militante ed una intellettuale engagé, diventò una discepola del vangelo ed un’apostola della carità, cosa che non gli risparmiò di risultare negli schedari dell’FBI come una sovversiva da tenere sotto stretta sorveglianza. Si dedicò specialmente agli ultimi tra gli ultimi, quelli che in inglese non si dicono nemmeno poors ma destitutes, i miserabili, i diseredati, gli scartati. I luoghi erano sempre gli stessi, per lei in particolare l’East Side e la Bowery a New York, che fino agli anni ‘70 furono i luoghi della miseria incastonati nella metropoli più ricca del pianeta. Non si trattava più per Day di attuare un programma economico-politico a misura dello stato, ma di insistere su di una forma di vita radicata nella fraternità, di realizzare il Sermone della Montagna per ciò che era possibile in quel determinato tempo e spazio che era il suo, di far piovere un po’ di eternità sul deserto metropolitano. La cosa assolutamente certa rimaneva la necessità di una rivoluzione ma, pensava, è la «rivoluzione nei cuori», l’azione dello Spirito, a poter provocare delle conseguenze politiche e sociali, piuttosto che il contrario. Insomma è la conversione di ciascuno a poter orientare gli spiriti verso una redenzione di massa e la sua si realizzò non solamente nel lottare per i poveri, ma nel vivere da povera con i poveri. E per chi pensa che il suo sia stato solo un’altra forma di idealismo, basti dire che le case dell’ospitalità – che accolgono i senza-casa ma sono anche le basi per la distribuzione del cibo e dalle quali partono le azioni politiche del movimento – sono circa duecento, sparse per il territorio americano e oltre.

È interessante leggere, a proposito del suo rapporto al comunismo, il saggio che Day scrisse alla fine degli anni ’30, From Union Square to Rome, che voleva essere una risposta alle domande e alle critiche che le rivolgeva John, suo fratello, che era un militante comunista. La Day vi ripercorre gli anni della sua militanza – precisando che non ha mai preso la tessera di nessun partito – e discute di ciò che l’affascinava, di quello che riteneva ancora giusto e di ciò che non poteva più accettare dopo la conversione. La sua argomentazione finale non è molto distante dalle conclusioni di David Maria Turoldo che ho discusso in un altro articolo, laddove Day scrive: «Io considero il comunismo un’eresia (…) e, come dice Sant’Agostino, non c’è falsa dottrina che non contenga degli elementi di verità. Credo anche che siano stati i fallimenti dei cristiani ad aver portato a questa eresia e dovremmo rendercene conto (…) Comunismo è una bella parola, una parola di origine cristiana, ma pensare che si possa raggiungere uno stato della società in cui ogni cosa deve essere in comune, dove lo Stato si dissolve attraverso un socialismo di Stato, il tutto mantenuto attraverso la dittatura del proletariato, è difficile da credere per una persona ragionevole. È solamente attraverso la religione che può essere compiuto il comunismo, non una volta per tutte ma sempre di nuovo».

Avendo vissuto pienamente l’epoca delle masse, quel Novecento contraddistinto dagli entusiasmi per la loro forza ma anche dalla loro pericolosità, quella delle folle incantate dalla guerra o incorporate dalle dittature, Day sviluppò un pensiero e una pratica che si possono riassumere in questa sua frase «Noi è una comunità; loro è una folla». Come fare ad allargare, a moltiplicare, ad approfondire quel «noi»? Dall’infanzia fino alla fine sarà dunque la realizzazione della comunione ad essere al centro del suo impegno. Galeotti, infatti, racconta come il seme della vocazione di Day si trovi nei primi anni della sua vita, quando si trovò con la sua famiglia coinvolta nel grande terremoto di San Francisco del 1906 e i suoi occhi di bambina si soffermarono sulla eccezionale solidarietà che si sviluppò tra la gente nella catastrofe. Si domandò, allora, perché non potesse essere quella la “normalità” invece di essere l’“eccezione” e tutta la sua esistenza successiva si svolse dentro la sperimentazione di una normale eccezionalità dell’amore comunitario e della lotta contro ciò che lo ostacola. Si rese conto infatti, grazie al suo lavoro di giornalista prima e alle sue opere poi, che la catastrofe non era solamente quella che poteva essere prodotta dagli eventi incontrollabili della natura ma veniva dalla struttura della società, dal funzionamento dell’economia, dalle scelte della politica e dall’aridità spirituale dell’ambiente metropolitano che oramai era divenuto quello dominante. Ovvero era nella sordità, se non nell’opposizione, al soffio dello Spirito da parte delle strutture che dominano la vita contemporanea. D’altronde la teologia degli ultimi anni parla sovente in questo senso delle «strutture di peccato» che corrompono la vita delle nazioni del mondo.

La vicinanza agli oppressi e il combattimento contro il sistema dell’ingiustizia si fecero così per Day ancora più ardenti, una volta purificati dal fuoco del combattimento interiore e nell’accettare che al centro della vita personale e della storia collettiva vi fosse la presenza reale del Cristo. La radicalità esistenziale e teologica di Dorothy Day è infatti nel proclamare e nel vivere la realtà che i poveri non sono solamente una rappresentazione o una metafora di Gesù, ma sono i corpi e i volti attraverso cui conosciamo veramente il corpo e il volto di Cristo. Nel diario del 5 novembre 1971, scrive: «Io credo che conosciamo Cristo nello spezzare il pane con gli altri, così come i discepoli di Emmaus lo riconobbero quando si sedettero nella locanda e mangiarono con lui. Al Catholic Worker lo sentiamo ogni giorno nei pranzi che serviamo o che condividiamo. E suppongo sia questa la ragione della lunga durata del Catholic Worker».

Contemplare e combattere

In quanto monaco trappista sarebbe molto comodo identificare Merton con l’esclusiva dimensione contemplativa intesa come fuga mundi e altrettanto semplice sarebbe farlo per ciò che riguarda Day con quella dell’azione apostolica compresa come puro attivismo, come fossero una sorta di Maria e Marta aggiornate ai nostri tempi. Tuttavia al monaco Merton, com’è noto, non mancò affatto la dimensione dell’impegno militante – Galeotti racconta che una volta Merton scrisse a Day che senza la lettura del Catholic Worker non sarebbe addirittura mai entrato nella chiesa – mentre l’apostola della Bowery non solo condusse una vita ritmata dalla preghiera ma mostrò che un picchetto, una marcia, lo scrivere un articolo per il giornale e un imprigionamento potevano essere altrettanti momenti di profonda contemplazione spirituale. Giulia Galeotti torna più volte nel suo libro sui modi e il senso dell’unità tra contemplazione e azione perseguita da Dorothy Day la quale, per altro, divenne un’oblata benedettina nel 1955 e in suo onore lo scorso 8 dicembre tutti i monasteri benedettini americani hanno suonato le campane a festa.

Se ci si pensa bene non lo è in generale, un’opposizione corretta. Come ho avuto modo di scrivere in questa stessa rubrica, a me pare che il contrario della contemplazione non sia, appunto, l’azione ma la distrazione, l’indifferenza, la negligenza. Per citare una ben più grande autorità, uno dei più bei sermoni di Meister Eckart è quello in cui parla proprio di Marta e Maria, dove supera con un balzo quella tradizionale e fin troppo facile opposizione tra le due figure, infine suggerendo che la più perfetta fosse… Marta, poiché «non le mancava nulla di quel che è necessario alla beatitudine eterna». È un’idea molto rozza quella di chi immagina i monaci e le monache come fondamentalmente disinteressati alle vicende del mondo, così come è poco veritiero che lo stare operosamente nel mondo a favore dei poveri e degli oppressi impedisca la contemplazione. Si tratta di declinazioni differenti di un eguale desiderio di voler essere al cuore stesso del mondo. Eckart diceva in quel sermone che la cosa importante è essere presso le cose senza che le cose siano in noi o noi nelle cose; la libertà è dunque nell’essere e nell’agire liberi dal dominio delle cose del mondo sulle nostre vite. Questo è d’altronde il significato della povertà volontaria vissuta da Day in prima persona e che fu una proposta politica e spirituale elaborata insieme all’altro fondatore del movimento, il filosofo-contadino Peter Maurin.

Bisognerebbe piuttosto sentire il mistero che vi è tanto nella vita dedicata alla contemplazione che in quella dedita alle opere di giustizia e di misericordia, mistero che non è pienamente esprimibile attraverso dei discorsi, delle teorie, delle parole. Può essere mostrato attraverso segni e simboli, ma soprattutto è una dimensione che impregna la vita e da lì si irradia. I monasteri, con la loro incessante preghiera, sono come il motore nascosto della chiesa visibile, ma le stesse opere di una personalità come Day non sarebbero state possibili senza la forza che le veniva dalla preghiera e dalla meditazione.

Le vite di un uomo o di una donna come sono state quelle di Merton e Day sono delle esistenze pienamente storiche eppure fanno parte di un grande mistero che, attraversandole e donandogli una forma, eccede la storia stessa e perciò non possiamo davvero avvicinarle se non le contempliamo anche nella loro ineffabilità. Il mistero dalle quali esse emanano è quello del Cristo crocifisso e risorto, quello della sua Parola che per Day si realizza nell’agape con le sorelle e i fratelli che vivono ai margini delle nostre società. Un’agape fatta di giornali che costano un centesimo e di case dell’ospitalità per chi non ha un posto dove ripararsi, di zuppe per gli affamati e di scioperi degli sfruttati, di comuni agricole e di rifiuto assoluto della guerra, di condivisione e di lotta, di rivoluzione e di preghiera.

La logica del regno

Leggevo nei giorni scorsi alcune discussioni attorno al fatto che sia impossibile un pacifismo radicale, nel senso di un’impossibilità di essere contro la guerra in modo assoluto e certamente nella logica del mondo ciò può essere corretto. Tuttavia, leggendo la biografia scritta da Galeotti, si può invece affermare che secondo un’altra logica, che è quella del regno, sia invece possibile mantenersi nella pace, tenendo fermo il quinto comandamento. Mantenersi nella pace non vuol dire astenersi dall’antagonismo, tutt’altro: Dorothy Day fu contro la guerra mondiale del 14-18, quando militava nei ranghi comunisti, continuò a esserlo a costo di perdere molti amici durante la Seconda guerra, divenne ancora più celebre negli anni ’50 della guerra fredda, organizzando manifestazioni durante le esercitazioni di massa per il rischio nucleare che venivano bollate come «esercitazioni per il peccato, quel peccato che è la guerra», infine schierandosi contro la guerra in Vietnam per la quale va ricordato che il suo movimento fu il primo a scendere in piazza contro il governo e i suoi giovani aderenti i primi a bruciare le cartoline precetto. Nel 1948 titolarono provocatoriamente un articolo del loro giornale “We Are Un-american: We Are Catholics”, in cui Day sosteneva che solamente chi accettava «la filosofia materialista ed atea dello stato capitalista» americano poteva condividere il suo indirizzo guerrafondaio.

In effetti a me pare che, oltre alla sua inflessibile posizione sulla guerra, fosse la sua vita da combattente per la giustizia sociale e di compagna di vita degli ultimi a renderla una leader credibile per i movimenti di contestazione americani degli anni ‘60 e ‘70. I Catholic Worker testimoniarono contro la guerra esponendosi ogni volta all’arresto, così come lo hanno fatto per sostenere molti scioperi – Day fu incarcerata la prima volta nel 1917 durante una manifestazione di suffragette e subì l’ultimo arresto a 75 anni partecipando alle mobilitazioni del sindacato dei braccianti immigrati.

Al suo funerale c’erano i poveri e i sindacalisti, c’erano gli scrittori e i politici, c’era il vescovo e il leader del movimento americano degli anni ’60 Abbie Hoffman: un’immagine credibile di quel «noi siamo la rivoluzione».

Dorothy Day, la santa dei marciapiedi, delle zuppe e dei picchetti.

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