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Il passato di una storia: il comunismo degli intellettuali (In onore di Enrico Melchionda)

Pubblichiamo di seguito un intervento di Rita di Leo in onore di Enrico Melchionda

L’elogio nasce dall’occasione pubblica in cui lo si ricorda con il premio a tesi di laurea su iniziativa della Fondazione Enrico Melchionda, Università di Salerno. Con i suoi libri “Il finanziamento della politica” e “Alle origini delle primarie” Enrico aveva previsto quasi tutto quello che ci sta accadendo.

Gli intellettuali contro la borghesia

Gli intellettuali dentro il partito comunista

Gli intellettuali tornano dentro la società borghese

Le domande sono tre: perché gli intellettuali diventano comunisti; perché gli intellettuali diventano anticomunisti; vi sono e vi saranno ancora intellettuali comunisti?

1. Gli intellettuali contro la borghesia

Non è il caso qui di definire l’intellettuale: esiste una letteratura che va dai filosofi di Platone agli specialisti dei think tank. Qui l’interesse è focalizzato sul fenomeno dell’intellettuale comunista. Storicamente, il fenomeno si situa nell’epoca in cui il ceto borghese, con i suoi banchieri, mercanti e industriali, trionfa sulle élite aristocratiche. E’ un’epoca di cambiamenti contraddittori. La borghesia combatte battaglie di avanguardia per scalzare il vecchio potere, ma dopo aver vinto ne assume le forme. E ciò sia nelle relazioni economiche sia in quelle sociali. Dal Congresso di Vienna del 1815 sino alla stagione dei 1968, il dominio borghese, quasi ovunque in Europa, ha usato le vesti aristocratico‑feudali. Le ha indossate nei luoghi di lavoro, nel rapporto con i dipendenti, nell’amministrazione pubblica, nel rapporto con i cittadini, nelle scuole, nei tribunali, nelle prigioni.

Solo nei luoghi della politica c’è stata discontinuità con il passato. La politica si è fatta via via moderna proprio nel contrasto tra il dinamismo degli uomini dei capitalismo e l’immobilismo degli uomini che li rappresentavano nei parlamenti e nei governi.

Da quel contrasto nasce anche il rapporto tra gli intellettuali e il comunismo. L’intellettuale socialista‑comunista ha molte varianti antropologiche: c’è il grande intellettuale che rifiuta la sua classe; c’è l’utopista che insegue visioni di uguaglianza, giustizia e bene comune; c’è il realista che persegue cambiamenti concreti; c’è il piccolo borghese con difficoltà di affermazione sociale che cerca spazi nel mondo operaio; c’è l’ebreo laico che rifiuta l’assimilazione nella società cristiano-borghese; c’è l’intellettuale di origine popolare che utilizza i saperi acquisiti per far crescere il movimento operaio; e infine c’è il politico professionale che ha un partito, un sindacato di riferimento, associazioni di sostegno, potere.

Nella visione dell’intellettuale comunista la condizione degli intellettuali nei confronti dell’élite borghese è simile a quella della borghesia nei confronti delle precedenti élite aristocratiche. Simile è l’autoritarismo utilizzato dal potere borghese nelle relazioni sociali. L’intellettuale “contro” troppo spesso si è fatto comunista a causa della lenta affermazione di un modus vivendi democratico della società borghese. (Hans Kelsen ha spiegato e definito “I fondamenti della democrazia” nel 1929). E da comunista contesta l’economia dei capitalismo e la politica della borghesia, proponendo una sua alternativa.

E’ un’alternativa che nega il nesso tra progresso e iniziativa privata, tra modernità e stato borghese. L’intellettuale intende offrire di più con un progetto di trasformazione della società, migliore di quello borghese. E’ il progetto dei socialismo e dei comunismo così com’è venuto legittimandosi ad opera di chi lo ha ideato (dal Manifesto del 1848 a Marx, Engels, Kautsky), e di chi ne ha fatto un programma di partito e di governo (Lenin).

Storicamente, l’intellettuale socialista‑comunista si identifica dapprima nella socialdemocrazia tedesca ed europea dell’ottocento, e poi nell’esperimento sovietico. In ambedue i casi l’intellettuale socialista‑comunista, in lotta contro lo “stato di cose presente”, si considera all’avanguardia: è il futuro. In tal senso è una figura sociale dinamica e nel suo ambiente originario suscita passioni intense, avversione da chi si sente tradito dal proprio stesso seme, attrazione in chi si trova ai margini della società borghese.

2. Gli intellettuali dentro il partito comunista

Dentro il partito è il politico professionale ad avere la tutela degli intellettuali membri e ad assegnare ruoli e funzioni all’interno di differenti contingenze storiche.

Nella fase “socialdemocratica” gli specialismi degli intellettuali sono considerati intrinseci alle esigenze dei partito, che da forza politica di opposizione può diventare forza di governo, locale, regionale, nazionale. Le relazioni tra l’intellettuale politico professionale e gli intellettuali specialisti membri del partito si basano sul comune intento di rendere il mondo del movimento operaio un’alternativa di successo al mondo della borghesia. Nella fase “socialdemocratica” gli intellettuali comunisti si adeguano al programma del partito sfumando la propria personale radicalità originaria, cambiando il “contro” distruttivo con un “per” costruttivo: e dunque si adoperano per migliorare lo “stato di cose presente”. In tal senso smettono di essere comunisti e anzi si vedono in concorrenza con gli intellettuali rimasti tali.

Nella fase “sovietica” vanno distinti gli intellettuali che sono fuori dall’Urss e ne seguono le vicende con differenti e mutevoli gradi di identificazione dal destino degli intellettuali russi. Costoro sono stati dapprima protagonisti e poi sono stati posti ai margini dell’esperimento. Nel ruolo da protagonisti – 1917-1953 ‑ essi sono i maggiori artefici della vittoria sullo zarismo. Inventano le parole d’ordine e le mosse per controllare il corso degli eventi, e dopo la vittoria dispongono delle teorie politiche e degli specialismi professionali per sperimentare un’economia e una società non più capitalistica, non più borghese. Sino ai primi anni trenta, pur tra segnali avversi, essi si vedono come i filosofi‑re di Platone, i primi intellettuali al potere che stanno dimostrando di saper governare. Essendo comunisti lo fanno all’interno di un progetto e di un programma delineati dai padri fondatori.

Il cerchio sembrerebbe perfetto, se non fosse che nel progetto originario si trovano princìpi chiave come la centralità operaia e la dittatura dei proletariato.

Secondo quei princìpi, gli intellettuali comunisti si devono considerare al potere in nome e per conto degli operai, eredi naturali dei borghesi sconfitti. E dunque il ruolo da protagonista dell’intellettuale è provvisorio, legato alla costituzione dell’élite di estrazione operaia. Negli anni trenta e quaranta la transizione al governo dell’Urss dagli intellettuali bolscevichi ai politici sovietici ex operai avvenne con forti scontri. Le posizioni erano due. Vi era quella riconducibile a Lenin, per cui gli intellettuali comunisti rimanevano indispensabili guide dei dirigenti politici di estrazione operaia. E vi era quella riconducibile a Stalin, per cui l’intellettuale bolscevico era il passato con una concezione del mondo diversa da quella sovietica.

Decisionismo e pragmatismo erano l’approccio del nuovo politico di estrazione popolare, che Stalin contrappose all’astrattezza e alle incertezze dei vecchi intellettuali. La formazione di un’élite di origine operaia fu posto dal partito come obiettivo prioritario per le sorti dell’esperimento. L’ostracismo nelle forme più tragiche colpì il filosofo‑re, l’intellettuale bolscevico che dal 1917 al 1937 aveva creato e manovrato le leve di funzionamento dell’esperimento. Scomparso lui, arrivò l’intellettuale comunista di tipo sovietico. Il suo tratto distintivo stava nel rapporto rovesciato tra il lavoro manuale e il lavoro intellettuale: non più l’uno dipendente dall’altro, ma gli specialismi dell’intellettuale in funzione dei lavoro manuale. Il politico di origine operaia, nei luoghi di produzione aveva un ruolo tecnico come assistente del direttore, e ai vertici dei potere aveva un ruolo politico come consulente della nuova élite.

Per definire lo status dell’intellettuale sovietico C. Milosz ha usato la fascinosa espressione di “mente prigioniera”. Dov’era e qual era però la prigione? Era la stessa teoria politica originaria, per cui era produttivo di valore e di ricchezza il solo lavoro operaio. Del resto erano stati gli intellettuali padri fondatori a esaltare la centralità operaia. E dunque il lavoratore sovietico conosceva il proprio status quando sceglieva di diventare un intellettuale, sapeva che non gli competevano ruoli decisionali.

Dinanzi a sé aveva due strade: occupare posti di prestigio nei Dipartimenti dei Comitato Centrale e negli Istituti di ricerca dove le competenze professionali erano riconosciute e premiate, seppure informalmente; oppure diventare un ingegnere membro dei partito e salire i gradini della carriera politica sino a quelli dei ruoli decisionali. Ma appunto come dirigente politico e non come intellettuale.

Breve è stata la stagione dell’intellettuale bolscevico, filosofo‑re e protagonista dell’esperimento sovietico. La nuova élite di estrazione popolare si sbarazzò dei suoi primi maestri, e anzi non volle più maestri ma soltanto consiglieri subordinati. In tal senso, instaurò con gli intellettuali un rapporto che somiglia e precede quello degli intellettuali americani che lavorano nei think tank. La differenza tra gli uomini dei think tank e gli uomini dei Dipartimenti dei Comitato Centrale è sociale e politica. I primi lavorano per lobby culturali, politiche ed economiche, in una relazione mercantile con i committenti; vengono valutati per i loro specialismi; hanno un rapporto che ha un inizio e una fine. I secondi non avevano di fronte dei committenti ma delle autorità politiche. Autorità alle quali erano subordinati, benché queste non fossero culturalmente e professionalmente loro pari. Gli intellettuali sovietici erano infatti al servizio di un’élite politica dì estrazione popolare, che essi consideravano inadeguata al ruolo.

Del resto gli intellettuali erano ormai di estrazione popolare anche se a causa dell’assetto originario, a loro erano riservate funzioni di servizio. Un servizio da svolgere nel clima ideologico dei primato della classe operaia. Nel privatissimo convincimento dell’intellettuale sovietico, all’origine del proprio status subordinato c’era il popolo al potere.

Nell’Urss il 1953‑1986 è stato il periodo delIa “gestione popolare” (analizzato altrove). La gestione popolare era un’impalcatura che sosteneva il paese con l’ideologia del popolo al potere, e con un esercizio del potere autoritario e plebiscitario. Il governo del popolo era visibile nella comunità di lavoro, la sua unità di base, che funzionava tramite un intreccio di democrazia diretta formale e di autoritarismo sostanziale. La gestione popolare si caratterizzava per la diffidenza verso i cambiamenti, per il via libera soltanto a ciò che si impara dalla pratica. L’inquietudine intellettuale era il suo avversario naturale. Il controllo sugli intellettuali ne veniva di conseguenza.

Le regole erano precise. Ai vertici della scala sociale vi erano gli intellettuali addetti a fornire la definizione ideologica via via richiesta dalle politiche dei governo; vi era poi l’élite tecnico‑scientifica; seguivano i semplici lavoratori della mente. Grande era il contrasto tra quello che l’economia e la società chiedevano agli intellettuali e il loro status di cattività. E’ su quel contrasto che è naufragato l’esperimento sovietico. I successori degli intellettuali bolscevichi hanno rotto con i padri fondatori rigettando il progetto originario da cui era nata l’Urss. Hanno sostenuto Gorbachev e Eltsin per poter non essere più intellettuali comunisti. Per loro il rigetto dell’esperimento sovietico significava uscire dallo stato di cattività in cui l’avevano tenuti l’ideologia e la gestione popolare.

3. Gli intellettuali tornano dentro la società borghese

Il ritorno dell’intellettuale comunista nel seno della propria classe ha spesso visto scene da figliuol prodigo. Nelle circostanze storiche più diverse gli si sono spalancate generose opportunità di successi professionali o politici. E’ accaduto ben tre volte. Negli anni trenta, quando ci furono i processi contro la “vecchia guardia bolscevica”, contro gli intellettuali della rivoluzione, andò in pezzi lo specchio magico in cui nei rispettivi paesi gli intellettuali di sinistra si vedevano in ruoli di filosofi-re.

La seconda volta, l’evento scatenante fu la rivolta ungherese dei 1956, quando si udirono gli intellettuali di Budapest chiedere l’intervento straniero per metter fine al comunismo nel proprio paese. Fu quella una cartina di tornasole per gli intellettuali di sinistra ovunque nel mondo. La gran parte si spaventò, per cui si ritrassero e divennero figli pentiti, eroi da premiare. Chi rimase lo fece perché tra gli intellettuali ungheresi e il movimento operaio di casa propria, scelse quest’ultimo.

La terza volta ‑ 1989 e scomparsa dell’Urss ‑ è stata risolutiva. In Europa non c’è più un intellettuale che si dichiari comunista, o si ricordi di esserlo stato. Decenni di militanza sono finiti in un pozzo senza fondo. Nel pozzo sono finiti anche i testi dei padri fondatori, sponda teorica di molte generazioni di intellettuali “contro”. Via via hanno perso smalto anche le culture e le conquiste civili che risalgono al 1789. C’è stato un effetto valanga, con tanti detriti. Un detrito, per esempio, è rimanere laico. Solitariamente laico.

Nessuno più crede alla possibilità di una società post-borghese e post-capitalistica, né che l’esperimento sovietico fosse il futuro e di conseguenza il naturale modello di riferimento per l’intellettuale d’avanguardia. Al contrario. Nei tre decenni di “gestione popolare” dell’Urss (1953‑1985) lo stato di cattività sociale subìto ha reso senso comune l’idea che senza la spinta degli intellettuali non si produce la dinamica necessaria al funzionamento dell’economia, della società, della politica.

Al presente, da noi in Europa, c’è disancoramento tra le nuove generazioni di intellettuali e il movìmento operaio, il mondo del lavoro. Sembra quasi sparita la figura sociale dell’intellettuale “contro”, che assumeva la rappresentanza politica di coloro i quali erano ai margini della società. Nell’epoca del lavoro diffuso, del ritorno all’uso senza regole dei lavoro manuale, non sembra vi siano più intellettuali interessati al fenomeno, così com’era successo all’epoca del lavoro industriale. Si è rotto il legame tra la condizione dei lavoro manuale e quella dei lavoro della mente. Tornati nel loro ambiente, gli intellettuali accettano oggi committenze professionali, non rappresentanze politiche aliene.

Per loro, il fallimento dell’esperimento sovietico è la fine dei comunismo come alternativa per cui valga spendersi, studiare, fare politica. Nel loro ambiente nessuno più teme gli intellettuali perchè hanno generalmente un prezzo sul mercato tecnico-culturale. Tanto meno sono più visti nelle vesti di profeti o di organizzatori ed ispiratori delle lotte del novecento. Al contrario. Dopo il 1989 è cominciata la fase della grande vendetta: nell’Urss contro i 30 anni di “gestione popolare”, da noi in Europa contro l’abbaglio di generazioni di intellettuali sul comunismo, contro l’utopia del lavoro al potere.

La grande vendetta infatti riguarda sia il mondo del lavoro, sia le culture e le politiche di riferimento. Dall’empireo in cui un tempo gli intellettuali comunisti le avevano collocate, oggi gli intellettuali anticomunisti le hanno scaraventate nel pozzo di un irrecuperabile fallimento. La grande vendetta è rendere senso comune l’esistenza di una alternativa allo stato di cose presenti.

Rita di Leo
Università di Salerno, 2008/2018

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