Dello Spirito Libero

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In ricordo di Valentino Parlato

Il ricordo in aula oggi al Senato di Valentino Parlato

Signor Presidente, la notizia della scomparsa di Valentino Parlato è così recente che non possiamo che farne una commemorazione, un ricordo molto breve e del tutto inadeguato.
Valentino Parlato è una persona che muore a 86 anni ma che ha almeno 70 anni di militanza politica ed intellettuale alle spalle, quindi è una persona su cui bisognerà ancora a lungo riflettere e sarà necessario ricordarsi di lui nell’immediato futuro.

Parlato era figlio di un funzionario statale siciliano inviato dal Governo fascista in Libia, allora colonia italiana, e infatti era nato a Tripoli il 26 febbraio del 1931 ed era rimasto in Nord Africa anche dopo la fine della dominazione italiana nel 1943. Tuttavia, la sua militanza comunista in età giovanile lo aveva messo in cattiva luce agli occhi delle autorità britanniche che amministravano la Libia, divenuta un protettorato di Londra, così era stato espulso nel 1951 ed era approdato a Roma.
Subito si iscrive e milita nel Partito Comunista Italiano di Togliatti. Diventa prima funzionario del partito in Sicilia, poi giornalista de «l’Unità», poi si mette in luce per una notevole capacità di scrittura e per un grande interesse, che è stato già ricordato, per i problemi economici. Era un uomo dotato anche di notevole senso pratico, come avrebbe dimostrato nel gestire i conti difficili de «il manifesto», giunto più volte sull’orlo della crisi.

Gli stavano molto stretti il culto della continuità e ogni tipo di routine burocratica. A spingerlo verso il dissenso, da redattore del settimanale comunista «Rinascita», fu soprattutto l’esigenza di aprire un dibattito franco, aperto, critico nel Partito Comunista del tempo in cui questo dibattito faticava ad emergere e ad imporsi. Fu così, al fianco di Rossana Rossanda, di Luigi Pintor, di Lucio Magri, di Luciana Castellina e di Aldo Natoli, che fondò la rivista «il manifesto» la cui attitudine eretica era assolutamente incompatibile con alcune abitudini mutuate all’interno di quel grande partito.
Furono perciò radiati per frazionismo nel 1969, provvedimento che li rese però liberi di perseguire, sull’onda del Sessantotto studentesco e dell’autunno caldo operario, una prospettiva di rivoluzioni in Occidente del tutto irrealistica, ma anche capace di esercitare uno spirito critico di cui nella sinistra c’era un grande bisogno.

De «il manifesto», poi divenuto quotidiano nel 1971, Parlato aveva assunto a più riprese la direzione. «il manifesto» è un giornale che ancora vive e partecipa alla battaglia politica e dobbiamo essere grati a questo gruppo che ancora tiene viva questa fiammella. Si trattava infatti di uno dei pochi luoghi di politica in cui si sceglieva una posizione molto, ma molto difficile da sostenere. Gli appartenenti dicevano di mettersi sempre e puntualmente dalla parte del torto.
Uomini di questo tipo – di parte e combattenti per la causa in cui credono e tuttavia persone civili, tolleranti e capaci sempre di ascoltare e mai completamente chiusi nelle proprie convenzioni – ci mancheranno. È di fronte alla coerenza di una posizione forte e nello stesso tempo gentile che occorre oggi inchinarsi da qualunque parte si guardi nella lotta pubblica quotidiana.

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